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Volti di Pellegrina Le donne tagliano la «careza» ferendosi le mani nel fango fino ai ginocchidi Mariella Falduto Canna e carice (careza, in dialetto) sono due piante tipiche della vegetazione spontanea della valle, come viene definita l’area depressa lungo i fiumi della pianura, facilmente inondabile e per questo spesso paludosa. La valle del tartaro, fiume che ha origine appena sotto il santuario della Madonna della Bastìa, ha avuto una grande importanza per l’economia di Pellegrina nella prima metà del secolo scorso. Un’importanza confermata dal fatto che le maschere tipiche della frazione sono proprio il Re della cana e la Regina della careza.
Ezio Filippi, professore di geografia nato nella frazione 74 anni fa (oggi vive a Villafranca), ha dedicato all’economia di valle, in particolare di quella del tartaro, una ricerca riportata nel libro Governo e uso delle acque nel Basso Veronese pubblicato nel 1984 dal Centro studi per la storia del Basso Veronese. «Il territorio», dice Filippi, «aveva e ha per me un interesse particolare, nato in anni non vicini quando la valle era veramente tale, quando il lavoro era svolto manualmente, nella calura umida e afosa dell’estate aggravata dalla presenza di zanzare e di tafani, tra le nebbie autunnali e i rigori invernali». «Mio padre mi portava con sé», continua il professore, «così potei vedere la valle e capire il rapporto di odio-amore che destava in chi vi lavorava. La prima idea della mia ricerca è nata dal desiderio, tanto vivo in mio padre, di metter sulla carta cosa era la valle e che cosa aveva rappresentato». Nella valle — che era coltivata nei tratti prosciugabili a cereali, granoturco, frumento, segale, orzo e erba medica — crescevano spontaneamente la canna palustre (in dialetto, cana) e il carice (careza), la raccolta delle quali impegnava intere famiglie, che hanno ancora viva la memoria di quelle fatiche lontane. «La canna si raccoglieva d’inverno, il carice d’estate», ricorda Giorgio mirandola, classe 1948. «A Pellegrina la parrocchia possedeva 85 campi di terra e 40 di valle, mio padre aveva in affitto un parte del terreno vallivo e io dopo la scuola e d’estate spesso lo aiutavo». Il papà di Giorgio mirandola, che si chiamava Dino, detto de la Rosa Galina dal nome della madre, è nato nel 1916 e scomparso nel 1974; Giorgio (ciclista campione provinciale dal 1966 al 1968 nelle categorie esordienti, allievi e juniores e campione provinciale amatoriale 2006 dell’Unione sportiva Pontepossero) racconta il duro lavoro nella valle: «Si tagliavano le erbe con una roncola dal manico lungo o un falcetto, raccogliendole con la mano sinistra. Poi si tiravano su da terra e si legavano. Il carice tagliava le mani. Avevamo ai piedi i tronchetti, fatti di grosso cuoio e alti fino alla caviglia e con la suola di legno, più bassi delle sgalmare che invece arrivavano al ginocchio. Quando dal campanile si sentivano i rintocchi del mezzogiorno, nel silenzio della campagna si levava un canto e si vedeva comparire la mamma che portava il pranzo: una minestra e qualche focaccia, da mangiare seduti su un mazzo di canne». Anche la mamma, Ausiliatrice Danieli detta Pierina, oggi ottantacinquenne, ha lavorato da giovane per aiutare il marito, e il suo racconto conferma il legame di odio-amore con la valle. «Allora si diceva “valle: vedi e fuggi”. Io ero incinta di Giorgio da otto mesi; sentivo il bambino scalciare mentre raccoglievo lo strame, lo scarto che veniva utilizzato per il letto del bestiame». Il lavoro nella valle era pesante, però ben pagato. «Mio suocero Girolamo Olivieri», racconta Maria marconcini, 79 anni, maestra a Pellegrina per 25 anni, «diceva che la valle gli rendeva più della campagna, e gli Olivieri erano una famiglia di proprietari terrieri, una delle prime in paese ad avere l’automobile, una Balilla. Anche la valle aveva bisogno di essere lavorata, altrimenti le erbe morivano; per mantenerla venivano scavati a mano piccoli solchi per far passare l’acqua e tener umido il terreno. Allora era una zona piena di uccelli, adesso è dimenticata». La raccolta della canna, pianta erbacea delle Graminacee alta da due a sette metri, con il fusto cavo che una volta essiccato è leggero ma robusto e flessibile, incominciava a metà dicembre e si protraeva anche fino a marzo inoltrato. «La canna raccolta», racconta ancora marconcini, «veniva legata in mazzi, caricata sulle barche e portata al barcagno, dove i mazzi venivano scaricati e messi in piedi a essiccare». Poi, nelle corti, era compito delle donne suddividere le canne in base alla lunghezza. Le più corte, meno pregiate, spiega Filippi nel suo libro, venivano legate insieme due alla volta per realizzare le arele, i graticci usati per coprire rustici, pollai o fornaci da mattoni (le arele servivano a coprire i mattoni mentre venivano fatti asciugare all’aperto prima di essere cotti). Le canne più lunghe, invece, non venivano legate assieme: sarebbero state usate in edilizia, come supporto all’intonaco nei soffitti, o per i graticci su cui allevare i bachi da seta. Ultimata la raccolta, per ripulire il terreno dalla sterpaglia vi si appiccava il fuoco. Fino al primo Novecento, le canne di palude erano state usate anche per fare tetti, secondo una tecnica antichissima e un tempo diffusa in tutta Europa (tuttora sopravvive nell’Inghilterra meridionale). Gli ultimi tetti di questo tipo sono stati fotografati in Lessinia negli anni Quaranta del Novecento. La raccolta del carice, pianta erbacea delle Ciperacee dalle foglie lunghe e taglienti, avveniva nei mesi di luglio e agosto, dopo aver abbassato il livello dell’acqua nella valle. Il carice era tagliato a mano, ripulito dalle erbe infestanti, fatto essiccare, legato in fasci e portato alle barche. Era utilizzato per impagliare sedie, rivestire fiaschi e damigiane, e per i balzi, i legacci per il frumento e per il riso. «Venivano da mia nonna a prendere i balzi per legare il riso», ricorda ancora mirandola. Negli anni Sessanta la richiesta di canna e carice andò diminuendo e la loro raccolta non fu più redditizia. Fino ad allora, nella valle oltre alla raccolta di piante palustri, si esercitarono anche la pesca e la caccia. «Data la povertà della popolazione», scrive ancora Filippi, «e la difficoltà per molte famiglie di allevare il maiale, dal quale ottenere carni e grasso per tutto l’anno, il pesce era un alimento prezioso, che integrava un’alimentazione basata su polenta, prodotti dell’orto, minestra di pasta o di riso. I fiumi e i fossi di valle erano molto pescosi e il pesce abbondava: carpa, tinca, cavedano, barbo, anguilla, pesce gatto, alborelle, ghiozzi». Si pescava con attrezzi come la nassa, la negossa, il bertuello. La caccia, invece, era praticata con i cani o di appostamento, in capanni costruiti nei pressi di grandi stagni dove i cacciatori attendevano il passaggio dei volatili. «L’ultima attività introdotta nella valle», aggiunge ancora Filippi, «fu l’escavazione della torba. Nel 1943, date le difficoltà del momento, un imprenditore agricolo di Isola della Scala, avendo bisogno di grosse quantità di combustibile per essiccare il tabacco, cominciò l’escavazione presso il ponte sul tartaro alla Valona. I risultati furono soddisfacenti per l’imprenditore, ma nel dopoguerra egli tornò al vecchio combustibile. Mentre stava per cessare l’escavazione alla Valona, cominciava quella presso le Ca’ Magre di Pellegrina, da parte di due agricoltori del paese. Essi cavarono per circa tre anni per fornire combustibile alla fornace di Trevenzuolo». Memorie di un tempo recente ma perduto, se non nei versi che gli ha dedicato Arturo Santini (1915-1979), poeta della terra isolana: «Per quanto che mi viva in ’sta cità/foresto mai sarò de la me tera/dove respiro ancora/col Fià dei miei ricordi./Paese mio:/destese de risare e campi verti bagnè dal tartaro, el Piganso e la Mandela;/case poarete e vecie in quarel crudo/dove la gente nasse, invecia e more/drento el so gusso ruspio/sfamà da gran panare de polenta/e sbasie de radeci e ravanele./Paese mio:/lensol de calinverne/che fa ricami bianchi su le sese,/muri de nebia fissa,/sbasir de foie seche ransignade;/garzoni co le sgalmare e ’l guiol/che para i bò co l’erpego e ’l versor/verzendo slote larghe e solchi fondi;/longhi filò al tibieto de le stale/in sere sensa tempo/carghe d’inverno e de pasiense longhe./Paese mio:/primavera de sol/che scalda come un baso le speranse/dei contadini indafarè nei campi;/seseti de ovi nei polari,/lissie destese al vento in mezo ai prè./Paese mio:/istà de fogo, orchestre de sigale/sora el spagnar segà,/beconi de sdinsale,/messore che se sveja e se remena/prima che nassa el giorno/muciando sora el selese el formento;/cori paesani ricamè in falseto/de squadre de mondine/imbombeghè de sudor». Martedì 6 febbraio 2007 fonte: L'Arena, il giornale di Verona
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